La vita L.A.

   Don't trust anyone over 30 - Jerry Rubin

 



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mercoledì, 30 luglio 2008
 

Visita

Mio figlio non parla.  Ha fatto 3 anni in giugno e direi che dice circa 10 parole + altre 3 in italiano.

Oggi vado all'ospedale dove avra' una valutazione dell'udito.  Credo che senta bene e che il problema sia che io devo parlare e leggere piu' libri con lui.  Non mi preoccupo... molto.
postato da strega29 | 18:47 | commenti (6)
bambini, genitori


martedì, 29 luglio 2008
 

Oggi a Santa Monica

Allora ecco una mappa del terremoto di stamattina dal sito del United States Geological Survey (la nostra versione dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia)

http://quake.usgs.gov/recenteqs/Maps/Los_Angeles.html


Io ero piu' colpita dalle differenze nei prezzi.  Dimenticavo che il latte costa poco:
2 Gallons per $5.29 sarebbe $0.70 al litro.

e la Nutella (370g in plastica) e' un oggetto di lusso; lo stesso contenitore costava circa €1.80 all'Esselunga!



Poi il caffe' che ho comprato qui non esce bene quando lo faccio nella moka allora questo pomeriggio vado comprare un barattolo da 250gr di caffe' Illy.  Per $14.00!!! :-(
 

Back in L.A.

Sono rientrata mercoledi' sera il 23.

Abbiamo appena sentito un terremoto.
postato da strega29 | 19:47 | commenti (5)


sabato, 26 luglio 2008
 

Come api volando da fiore a fiore

Ho letto questa storia quando ero alla scuola elementaria.  E' ancora una delle mie preferite.

E LO SO, E' TROPPO LUNGA PER UN POST.


Dolore Monta un Cavallo Veloce
di Dorothy Gilman Butters,
Ladies' Home Journal, Vol. 79, September 1962

Quando mia madre è morta tutti gli abitanti di Green Valley hanno parlato di com’era una donna generosa e paziente, com’era meravigliosamente riuscita ad allevare due figli da sola.  «Una donna modesta che non si è mai pianta adosso» il ministro della chiesa ha detto al suo funerale, «una donna che nacque in questa città e morì in questa città e che non andò mai oltre i suoi confini, ma coltivò la saggezza nel suo piccolo giardino.»

            Quando ha detto questo, mio fratello Rufus mi ha toccato col gomito e ha sorriso. La gente dimentica, naturalmente - comunque, il ministro aveva vissuto in Green Valley per solo dodici anni, allora non avrebbe potuto saperlo. Certamente mamma non gli avrebbe mai parlato di quello che io e Rufus avevamo tacitamente chiamato Quel Anno; quando è finito, mamma non ne ha mai parlato con noi o nessun’altra persona.  Non credo che si vergognasse o che si lamentasse, ma che la cosa la mettesse in imbarazzo, perché non poteva spiegare le sue azioni neppure a sè stessa.  Ammise soltanto una volta che aveva accaduto e posso immaginare lo sforzo che le è costato.  Avvenne quando ero nella nona classe alla scuola di Green Valley e la professoressa Larkin ci fece vedere una diapositiva del Taj Mahal.  Fece alcune osservazioni, ad esempio che le dispiaceva che non potesse farci vedere un'immagine dell'interiore, perché finora nessuna fotografia era stata permessa.  Alzai la mano e le disse che all’interiore era scintillante e bianco, con parole del Corano graffiate sulle mura, e disegni di fiori, e pietre colorate fissate nel marmo.

            «E di quale libro l’hai preso, John?»
            «Non l’ho preso da un libro,» le disse.  «Ci sono stato.  Ho visto il Taj Mahal.»
             Dopo la scuola la prof.ssa Larkin mi prese da parte e mi disse severamente che non devo dire bugie; che l’avevo fatto solo per attrare l’attenzione, ma che piacerei più alla gente se io dicessi la verità.  «Adesso voglio che ammetti che non hai mai visitato il Taj Mahal.»
            «Ma l’ho fatto,» protestai.
            Mi diede un colpo di righello sulle nocche e disse che dovrei rimanere dopo la scuola ogni giorno finché non ho confessato alla classe che non avevo mai visto il Taj Mahal e non stavo dicendo la verità.  Grazie alla punizione ho quasi perso il mio lavoro consegnando il giornale ed era così che mamma l’ha scoperta.  Il giorno dopo venne alla classe della prof.ssa Larkin.  Sembrava pallida e ansiosa. Rimase in piedi vicino alla porta e disse frigidamente, «Professoressa Larkin, John non stava mentendo; ha visto il Taj Mahal,» e senza un’altra parola camminò fuori della stanza.

Da quel giorno due guerre fa i ragazzi e gli uomini di Green Valley hanno visto molti angoli esotici del mondo, ma quando ero un bambino nessuno a Green Valley viaggiava all’estero.  Non c’era ne il tempo ne i soldi per tali follie.  La città era – ed è ancora – una cittadina di campagna con pochi negozi, due chiese e una scuola.  Mio padre ha insegnato in quella scuola fino al giorno in cui stava leggendo alla sua classe qualche righe di Kubla Khan e raggiunse le parole «Giù verso un mare senza sole» ed di punto in bianco è caduto per terra.  Tre ore dopo morì per emorragia cerebrale.

            Mio fratello Rufus aveva sette anni e io nove.  E’ difficile rendermi conto che mia madre ne aveva solo trentuno.  Non ha neanche pianto quando glielo dissero; è diventata rigida come se fosse stata colpita, il suo mento si alzò e i suoi occhi scintillarono stranamente.  La prima cosa che fece quando tutti erano andati via fu di andare nella cucina e iniziare a strofinare il pavimento.  Anche dopo l’arrivo dei parenti nessuno poteva fermarla; la nostra zia Agatha disse che era come una donna posseduta.

            Dopo il funerale eravamo felici di tornare alla scuola perché ci sembrava come se avessimo perso pure la mamma; quando le parlavamo ci guardava con espressione vuota, come se avesse dimenticato chi eravamo.  E’ stata ancora così quand’è arrivato l’uomo dall’assicurazione.  Passò un’ora nello studio con mamma e quando è partito, lei sembrava raffreddata.

            «Che cos’è quella carta rosa che hai?» domandò Rufus.

            «E’ un assegno,» rispose mamma, guardandolo sprezzantemente.  «Un assegno per quindici mila dollari.  Quando penso a quello che ci avrebbe potuto portare – le cose che avremmo potuto fare insieme – » Per un attimo pensai che piangerebbe, poi il suo viso si irrigidì e mamma tornò in cucina.  Ma l’assegno avrebbe dovuto mettere l’idea nella sua mente; c’erano tutti questi soldi, così inutili adesso che voleva solo distruggerli, e se non distruggerli almeno abusarli.  In addizione, aveva pulita la casa dalla soffitta alla cantina e non è rimasto niente da pulire.

            Due settimane dopo io e Rufus siamo tornati dalla scuola a trovare mamma in piedi nel corridoio con tre valige sul pavimento.  E’ stata vestita nel suo migliore cappotto nero e il vestito azzurro semplice che portava alla scuola di catechismo.  In quei giorni i suoi capelli erano scuri, separati nel centro e raccolti in una reticella stretta sulla nuca, ma alcuni piccoli ricci sono sempre riusciti a scappare ad ammorbidire il suo piccolo viso delicato.  «Domani non andrete a scuola,» ci disse.  «Stiamo andando via.»

            «Quando torneremo?» le domandai.

            Mi diede quello sguardo cieco e impaziente a cui mi stavo abituando.  «Non so quando torneremo,» disse in una voce che significava che se ne fregava di quando torneremmo.  «Stiamo andando in giro per il mondo.»

            «Domani non posso andare in giro per il mondo,» risposi.  «Ho un esame di matematica.»

            «Mi dispiace,» disse cortesemente, «ma fra un’ora partiremo e stiamo andando in giro per il mondo.»

            Fu la metà di ottobre quando siamo atterati in Inghilterra.  A Londra ci siamo messi in un albergo e mamma organizzò due settimane di turismo.  Dopo di guardare il cambio della guardia al palazzo, Rufus ed io decidemmo che l’Inghilterra potrebbe essere divertente, ma dopo quattro giorni a Londra mamma decise che dovemmo andare al Galles.  Una settimana dopo eravamo in Ollanda, e poco dopo partimmo per l’Austria.  Ricordo che passammo il Natale a Parigi, ma avevamo appena visitato la Torre Eiffel e la Bastille quando mamma annunciò che dovemmo rifare le valige.  E’ andato così per tutto l’inverno e la primavera – abbiamo fatto e rifatto le valige in Spagna, nel Portogallo e nel Morocco.  Eravamo come api volando nervosamente da fiore a fiore:  una settimana montando un camello nel Morocco, la prossima in bicicletta in Italia.  Roma ci ha brevemente tenuti, ma mamma trovò Napoli troppo bella, allora non abbiamo neanche svuotato le valige ma partimmo immediatamente per Firenze.  Poi ci spostammo in Grecia, io e Rufus raccogliendo parole straniere come briciole da commercianti, concierge, marinai e camerieri.  Ci siamo comportati molto male, lo ricordo, e abbiamo disperato quando mamma non l’ha notato.  Eravamo soli, davvero soli, per la prima volta nelle nostre vite giovani e riparate, e ci sentivamo indignati essendo esclusi dalla vita di mamma.  Ma nella maniera di bambini ovunque, suppongo che una sorta di accomodamento sia avvenuto dentro di noi.  E’ stato in me che Rufus cercava conforto, e io in lui; e se abbiamo odiato l’indifferenza di mamma abbiamo anche preso vantaggio, mangiando dei dolci quando li volevamo e andando a letto quando ci è piaciuto e dicendole «No» in una decina di lingue.

            In luglio siamo venuti a Baghdad, una città di case il colore di sabbia gialla, e di sole bruciante, e dei minareti che perforavano il cielo con i loro duomi d’oro lucidato.  Le strade erano strette e scure, piene di polvere, pecore e persone, gli uomini con i suoi occhi scuri teneri, le donne morbide e misteriose dietro i loro veli.  Nei suq io e Rufus mangiavamo lo jogurt con le nostre dita da una ciotola di terraglia, bevevamo caffé amaro e forte e rimanevamo seduti per ore con le gambe accavallate guardando gli uomini che facevano la filigrana d’oro o d’argente o fabbricavano delle ennormi brocche in rame.  Siamo rientrati all’albergo solo per la notte.  C’erano degli altri americani nell’albergo perché il primo pozzo di petrolio fu costruito pochi settimane prima, ma abbiamo disprezzato questi uomini; parlavano solamente di sondaggi geologici, sorgenti di petrolio e condutture.

            Nessuno aveva domandato niente a mamma finché non siamo arrivati a Baghdad, quando una notte un colonnello inglese si fermò davanti alla nostra tavola nella sala da pranzo.  E’ stato l’ottesimo compleanno di Rufus e stavamo tentando una sorta di festa.  Il colonnello disse a mamma che Rufus gli faceva ricordare il suo nipote, e dopo qualche minuto si sedette e ci domandò dove stavamo andando.  Mamma spiegò che stavamo per andare in India per vedere il Taj Mahal e per passare una settimana nel Kashmir.  Ma prima, aggiunse, attraverseremmo le montagne per arrivare a Tehran e poi Meshed, per vedere il sito dov’è stato sepolto il califfo di 1001 Notti.

            Al colonnello è caduta la mascella.  «Attraverso le montagne!  Che diavolo pensa?  Questo non è l’Inghilterra.»

            «Non credevo che lo fosse,» mamma rispose con acidità.

            «Ora siete nell’Asia.  Quelle montagne sono piene di contrabbandieri e ladri – per niente sicure.  Impensabile.  Non posso imaginare chi abbia pianificato il vostro itinerario.»

            «Mio marito l’ha fatto,” disse mamma tranquillamente.  «Qualche anno fa.»

            Il colonnello fece un rumore sdegnoso.  «Ma non si può sempliciamente dare un’occhiata alla mappa e prendere la via più corta in questi paesi.  Se non mi ascolta domani mattina presto andrò al suo Console e gli dirò cosa sta combinando.  Lui La fermerà.»

            Ma naturalmente il prossimo giorno eravamo già andati via.  Mamma aveva già visitato il Consolato e aveva avuto il previsione di acquistare un visto per la Persia e un uomo da guidarci attraverso la frontiera e sopra le montagne.  In quei giorni l’idea di una donna viaggiando da sola in Asia con due bambini è stata così incredibile che nessuno – tranne il colonnello – aveva pensato di fare domande a mamma.  Credo che le autorità, di cui molti parlavano poco o per niente l’inglese, abbiano presunto che mamma stava viaggiando con un bambino e un marito, e mamma non li abbia corretti.  Certamente non sembrava un’avventuressa, e lei non incontrò nessuno che era abbastanza saggio da vedere la sua spietatezza.  Non sapevano che mamma stava sollecitando l’autodistruzione.  E per quanto riguarda mettere in pericolo le vite di due bambini, nessun apppello in quel senso avrebbe potuto toccarla perché era, come aveva detto la zia Agatha, una donna posseduta.  Per le esistevamo a malapena.

 

            Il nostro conducente era un afgano di nome Mohammed Aslam, e ci fu così tanto affetto nel suo primo sguardo che abbiamo smesso di comportarci come bambini pestiferi e precoci.  Mentre gli dava le nostre tre valige mamma gli domandò – con cortesia e poco interesse – se c’erano davvero dei ladri nelle montagne davanti a noi.

            Aslam le diede un sorriso allegro e alzò le spalle.  «Alcuni, forse.  La gente è povera, più povera di tutti gli altri in questo paese.  Ma nella mia buona macchina, andiamo veloce.»

            Guardammo la sua macchina, una Ford vecchia e rattoppata.  «Lei va,» ci disse orgogliosamente, toccando il paraurti.  E’ infatti è andata, ed era buona fino al momento in cui più che mai avevamo bisogno di lei.

            Un bambino non ricorda le cose che un adulto ricorda.   Si può prendere un bambino al Louvre e ricorderà la guardia che si infilava un dito nel naso, o l’uomo che suonava l’organetto per strada, o la merenda cioccolata presa mentre tornava a casa.  Solo gli adulti ricordano la Gioconda.  Per noi il viaggio nella Persia è stato Aslam, la polvere, il calore, e dei picnic mangiati accanto al furgone, in questo strano angolo distorto del mondo dove anche mamma sembrava più a suo agio, come se la desolazione della terra fosse uguale alla sua.  Per due notti dormimmo accanto alla macchina sotto una tela appesa al furgone e un palo.  Nessuno ci passò nella strada; avremmo potuto essere le uniche quattro persone nel mondo.  All’alba mangevamo mast, una sorta di cagliate secche formate in una palla dura, e mamma e Aslam bevevano chai mentre bevevamo il latte dall’otre di pelle di capra, tenuto fresco dentro un secchio d’acqua.  Poi partivamo, salendo pian piano alla catena di montagne davanti a noi.  Fu una terra brulla e desolata, coperta di ortiche alte come un uomo che generavano fiori grandi come mele.  Il furgone si ruppe nel momento quando raggiungemmo il posto che sembrava la cima del mondo.  Si è semplicemente fermato.  Siamo scesi, cercando di non guardare la valle sotto, e aspettammo mentre Aslam guardava tranquillamente il motore.  Finalmente scosse la testa.  «No benzine

            «E’ guasto?!»

            «Bali.» Ci guidò verso il retro e ci fece vedere il serbatoio benzina, che aveva un buco grande come una moneta da 25 centesime. 

            Mamma sembrava disinteressata; domandò ad Aslam cosa voleva fare.  Rispose – sempre con allegria – che non dovevamo preoccuparci, lui ci porterebbe a Hamad, inshallah.  Non feci ricordare a mamma che inshallah vuol dire se Dio lo vuole.  Ci domandò dei soldi, che mamma gli diede con fiducia, e disse che fra poche ore tornerebbe con alcuni asini.  Cinque ore dopo, quando eravamo quasi prostrati dal caldo, è infatti tornato, da Dio sa dove, guidando quattro asini magrissimi.  Li avevi comprati in un villaggio Lur qualche chilometri distante, e disse che li restituterebbe quando sarebbe tornato per il suo furgone.  Gli asini, mi disse Aslam, erano per mia mater, mio frater e me; sul quarto metterebbe i baggagli e il cibo e l’acqua, ed egli camminerebbe.  Anche se protestammo lui insistette, dicendo che potrebbe camminare più veloce di tutti noi.  Solo dopo mi resi conto che aveva paura.  Non ci eravamo accorti che in quelle montagne un uomo con abbastanza soldi per comprare degli asini attrae l’attenzione.

            Andammo lentamente, ma viagiammo fino a lungo dopo il tramonto.  Ormai la frontiera fu dietro di noi.  Un’altro giorno in viaggio, disse Aslam, e raggiungeremmo Kermanshah, dove lui potrebbe comprare del benzine e – sperava – gli attrezzi per riparare il suo serbatoio.  Nel frattempo ci fermeremmo qui – avevamo raggiunto un altipiano circondato da rocce frastagliate – e cucinare un po’ di riso e stendere i nostri tappeti.  Iniziò a accendere un piccolo fuoco, piegato sopra i tizzoni, soffiando e cantando alle fiamme.  Mamma si sedè sul suo asino, troppo stanca per scendere, mentre io e Rufus rimanemmo in piedi accanto ai nostri asini non sapendo come legarli.

            Un po’ di tempo passò prima che ci rendemmo conto che non eravamo soli.

            Erano in sei, e arriverono dalle ombre come dei fantasmi.  La loro povertà, la desolazione dell’ambiente... mi fece saltare il cuore in un modo che mi fece venire una nausea.  Apparvero con barbe, erano feroci e selvatici.  Portavano dei calzoni neri, grandi come pantaloni, ma senza camice o cinture.  Solo tre di loro portavano il turbante.  Sembravano così poveri – e così feroci – che mi sono improvvisamente accorto come saremmo dovuto parere ricchi con i nostri tapetti e asini.

            «Chi sono?» mamma domandò con uno sguardo mezzo sorpreso.
            Aslam si alzò cautamente e parlò con loro.  Dopo un po’ il più alto – con barba folta, e turbante avvolto in modo che si vedevano solo i suoi occhi e le sue guance acute – rispose.  Quando finì di parlare rise e fece vedere a Aslam la canna gravosa che portava in una sola mano.
            «Chi sono?» ripeté mamma, ancora senza paura.
            Aslam sembrava un po’ malato.  «Banditi.»
            «Allora dagli il cibo,» mamma disse impazientemente.
            Aslam parlò nervosamente, «Non vogliono il cibo.»
            «Allora dagli i soldi che abbiamo.»
            Aslam esistette.
            «Allora?» mamma domandò bruscamente.  «Che cosa vogliono?»
            Tenendo gli occhi giù, Aslam rispose, «Vogliono Lei e i bambini col cibo e i soldi.  Gli ho detto che siete americani, ma non sanno cosa significa.»
            Mamma aggrottò le sopracciglia.  «Intendono catturarci
            Aslam le guardò sorpreso.  «Ci hanno già catturati.»
            «Ma che diavolo vogliono con noi?» 

            Aslam si mise di nuovo a guardare la terra.  Non disse nulla, e questo è stato benevolente, perché nessuno delle possibilità ci sarebbe piaciuto.  Il capo dei banditi si avanzò e fece segno a mamma di scendere dal suo asino.  Lei gli guardò incredulosamente e poi si girò a dare un’occhiata a gli altri cinque uomini e a Rufus e me.  Il suo sguardo si è trasferito da noi al cielo profondo della notte e poi alle rocce nere e frastagliate, e vidi un tremo scorrere come se si stesse svegliando di un ipnosi profondo.  Lo sguardo cieco era sparito dai suoi occhi.  Mi resi conto che finalmente ci guardava, noi e le sue circonstanze.  Sul suo viso c’era un’espressione così terrorizzata che credevo che stesse per gridare.

            «Le prego,» Aslam implorò in una voce bassa.  «Per ora non c’è una speranza.  Aspetti.  Non resistere.  Questi uomini sono pericolosi.» 

            Mamma sembrava sbalordita.  «Non resistere?  Aslam, non devono catturarci!»

            Aslam disse tristamente, «Dev’essere il Suo qismat – il Suo destino – di fermarsi qui.» 

            Mamma fece una risata amara e strangolata.  Le sue guance erano arossate e i suoi capelli erano slegati; sembrava selvaggia e strana.  «Il mio qismat?» disse severamente.  «Di’ a quest’uomo che devo viaggiare come il vento – questo è il mio qismat.  Digli,» continuò ferocemente, «che Dolore mi segue su un cavallo veloce – se lui ascolta bene può sentire le battute degli zoccoli.  Digli che se mi cattura catturerà pure Dolore – perché dove vado Dolore va, e dove mi fermo Dolore si fermerà.»

            Dove ha trovato queste parole?  Non lo so.  Mia madre non aveva mai prima parlato in questa maniera e non l’ho mai più sentita parlare così.  Aslam tradusse obbediatamente le sue parole per il capo dei banditi e lo vidi restringersi gli occhi.  Mi domandai se invece di catturarci ci ucciderebbe ora, qui.  I banditi iniziarono a parlare e gesticolare fra sè, uno di loro indicando la direzione da cui eravamo arrivati, e un altro dandoci uno sguardo arrabbiato e accusatorio.  Dopo momenti interminabili il capo si girò verso di mamma e le parlò. 

            Aslam disse ansimante, «Dice che è stato un anno duro, con tanti morti nel loro villaggio.  Alcune pecore sono diventate malate e sono morte.  Dice che non vogliono più del Dolore.  Se Dolore Le segue Lei deve lasciare queste montagne immediatamente.  Non deve fermarsi neanche per dormire.»

            Mamma si chiuse gli occhi.  Sembrava all’improvviso svuotata. 

            «Lui e i suoi uomini ci guideranno fuori delle montagne per affrettarci via.»

            Mamma si aprì gli occhi e disse con dignità, «Digli che siamo pronti.» 

            I banditi furono fedeli alle loro parole.  Tutta la notte li seguivamo, e quando l’alba arrivò eravamo solo un’ora lontani da Kermanshah.  Scendemmo e i banditi presero gli asini da noi, con il nostro cibo e i soldi, ma ci lasciarono i baggagli.  Quando si girarono ad andarsene il capo si avanzò a mamma e ci diede uno sguardo duro, perquisito.  Aslam tradusse.  «Vuole che sa che sua moglie è morta un mese fa e un figlio l’anno scorso.  Conosce bene Dolore.  Ha preso il suo cibo e i suoi soldi, ma le da il dono di una broccha di rame.  Che probabilmente ha catturato da un’altro,» Aslam aggiunse seccamente.  «Dice di dirLe ‘Istali masci,’ che significa ‘Che non sia mai stanca.’  Deve rispondere ‘Kwar masci,’ che significa, ‘Che non sia mai povero.’»

            C’erano delle lacrime negli occhi di mamma.  «Kwar masci,» rispose al capo dei banditi. 

            Rimanemmo in piedi guardando i banditi andarsene montati sui nostri asini, poi mamma disse quietamente, «Credo che sia l’ora di organizzarci per rientrare a casa.»

            Avevamo lasciato Green Valley in ottobre e siamo rientrati in ottobre, e appena entrati nel giardino davanti alla casa mamma diede un’occhiata alla scala e disse in maniera melliflua «Io e te dobbiamo ripararla domani, John.»  Rimosse la sua capotta nera e la appese nell’armadio nel corridoio e disse a Rufus, «Inizi a rassomigliare a tuo padre, Rufus.»  Poi andò sopra a svuotare le valige, ancora solo tre perché mamma non aveva comprato dei tapetti persiani o della porcellana Haviland o nessuno dei ricordi che raccogliono i turisti; c’era solo la broccha di rame che incartò e mise in un cofano.  Ai vicini disse, «Abbiamo fatto un viaggio, qua e là.»  E nella primavera iniziò a lavorare nella biblioteca pubblica e mai, mai ci ha parlato di Quel Anno.  Così dopo un po’ ci sembrava come un sogno che ci è capitato allo stesso momento.


            Dopo il funerale io e Rufus siamo tornati alla casa vuota e abbiamo rifatto il fuoco nel caminetto nella cucina e abbiamo preparato il caffé.  Quando era pronto ci siamo seduti per qualche minuto, nessuno parlando, poi Rufus si è alzato ed è andato al cofano nel soggiorno ed è tornato portando un pacco ingombrante di flanella e carta.  Ha tirato fuori la broccha di rame.

            «Una vita tranquila, senza eventi,» ho citato seccamente. 

            Rufus ha fatto segno con la testa.  «Sarebbe stata d’accordo col ministro, sai.»

            «E’ stato pazzo, ogni momento,» ho risposto.  «Siamo stati fortunati di scappare con le nostre vite.»

            Rufus ha sorriso.  «C’è un provverbio che dice che di quasi perdere la vita è di trovarla.  Ovviamente era pazzo, tutto.  Però - » 

            «Sì?» ho detto curiosamente, perché è stato molto tempo che abbiamo parlato di questo.

            Ha risposto quietamente, «Da lei abbiamo imparato quanto può essere perverso, imprevedibile, stupefacente e corraggioso un essere umano.»

Ho alzato la mia tazza.  «Allora al nostro legato,» ho detto sorridendo.  «Istali masci.»
            «Kwar masci,» ha risposto, e abbiamo bevuto a Quel Anno.



venerdì, 25 luglio 2008
 

Sora

 

Gettando sassi nel fiume Liri.

 

Luca era nudo, giocando con se stesso quando il cucciolo ha capito, "Prendi, prendi!"  Quei dentini hanno fatto due puntini sul povero pisellino, e Luca ha imparato che deve mettersi le mutande prima di giocare col cagnolino!

 
Cipolle e aglio nella vecchia fattoria.
postato da strega29 | 18:12 | commenti (4)
viaggi, animali, figli


giovedì, 24 luglio 2008
 

xRoma

Mi manca...

postato da strega29 | 17:50 | commenti (2)
viaggi


domenica, 13 luglio 2008
 

Sicilia

Sono in Sicilia, vicino a Catania, ma non possiamo uscire.  Mio marito ha mal di schiena molto forte e non puo' camminare.  Volevo uscire con la splinderiana stregamamma (stregamamma.splinder.com/) ma forse adesso non e' possibile.  Stregamamma e' venuta a trovarmi a Reggio Calabria e abbiamo passato una giornata insieme.  E' magnifica!  una persona molto speciale che per me ha reso la Sicilia ancora piu' bella.
postato da strega29 | 18:00 | commenti (5)
viaggi


giovedì, 10 luglio 2008
 

Reggio Calabria

postato da strega29 | 08:59 | commenti (5)
viaggi


giovedì, 03 luglio 2008
 

Aντίο Θεσσαλονίκη (Arrivederci Salonicco)

Domani saremo di nuovo on the road, da Salonicco a Roma, poi a Reggio Calabria. Ci sarà un evento per ricordare il duecentesimo anniversario del terremoto più forte della storia dell’Europa, il terremoto di Messina del 28 dicembre 1908.
Ieri non era un giorno per nuotare alla nostra spiaggia: stanno lavorando sull reta fognaria proprio in questa strada, e pioveva tutta la notte prima. Sono della California; capisco bene come la pioggia pulisce le strade... e dove finisce l’acqua sporca.  Abbiamo deciso di visitare il Museo della Cultura Bizantina e il Museo Archeologico di Salonicco.
Per l'ultima volta, aspettando l'autobus che va all'IKEA.
A noi sono piaciuti tutti e due, però al museo archeologico si è rotta l’aria condizionata. Dentro il museo erano 38.5 gradi con umidità al 65%, almeno così dicevano gli strumenti accanto agli oggeti.  Avevano messo delle spugne – delle vere spugne del mare – sulle bocche delle brocche antiche, per assorbire un po’ d’acqua dall’aria. Ma devo ammettere che lo scrivo solo perché mi piace vedere le parole “bocche” e “brocche” scritte insieme.
Siamo entrate nella battaglia del sarcofago.
postato da strega29 | 10:06 | commenti (4)
viaggi, bambini


martedì, 01 luglio 2008
 

Bad Idea Jeans

 
Eh, stiamo svuotando la casa – distrutto il pavimento, tubi, fili... Tutto completamente rifatto.
 - L’affittate, vero?
Sì.
BAD IDEA
Allora si drogava con freebase, cerca di ricominciare da zero e ha bisogno di una camera per un paio di mesi.
BAD IDEA
Adesso che ho figli mi sento molto meglio avendo un’arma nella casa.
BAD IDEA
Ci ho pensato e, anche se è finito, vado dire a mia moglie che l’ho tradita.
BAD IDEA
Non conosco il tipo, ma ho due reni e ne ha bisogno di uno, allora...
BAD IDEA
Di solito, uso il preservativo ma poi ho pensato, “Quando mai tornerò ad Haiti?”
BAD IDEA JEANS
Ei, ragazzi, siete pronti?
 - Sì, andiamo! Cento dollari...  Facciamo duecento!
 
Fa caldo, allora vado soffriggere la pancetta senza mettermi una camicia sopra il bikini…